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Sono una persona complessa. In apparenza una cosa, dentro tutt'altro, un pò come il Signorino qui sopra.

Sto però cominciando a pensare che non sono io il problema, ma il mondo. Detta così viene fuori quanto io sia egocentrica. Mi sento un po’ come un alieno su questo mondo. Vi osservo e proprio non capisco. Non comprendo l’astio, le cattiverie gratuite e l’invidia.

Ultimamente sto notando molta invidia, prima la vedevo solo nei miei confronti, ora è di tutti verso tutti. Una persona non può pubblicare una fotografia o dire che è andato a vedere uno spettacolo che son tutti pronti a dire “altro che crisi! Vai a lavorare!”. Non siamo mica normali, eh.

Ci sono persone che lavorano tutta una vita per potersi regalare un viaggio da sogno. Altre che magari hanno una sola borsa firmata, ricevuta il giorno della propria laurea, e che oggi si ritrovano a guadagnare 1.200 € (e so già che qualcuno dirà “li voglio guadagnare anche io questi soldi).

Non possiamo semplicemente fare il nostro. Farlo ogni giorno. Alzarci la mattina e dedicare cinque minuti di attenzione alla nostra famiglia. Essere contenti perché il treno che è sempre in ritardo miracolosamente è in orario. Dire semplicemente “che bella borsa!”, invece ch pensare “il marito deve essere pieno di soldi”. Io invidio chi riesce a fare tante cose: famiglia, lavoro e hobby. Non mi interessa se ci riesce pagando una tata o tutta da sola. Ho un pizzico di invidia per chi lo fa con il sorriso e si code tutto questo tran tran, io non so se ne sarei capace.

Non mi piace chi non si accorge delle cose, di chi non osserva. Io mi accorgo di tutto ciò che ho in torno a me e sono abbastanza capace di comprendere chi ha un tenore di vita assolutamente lontano dal mio, sia in alto ch e in basso, ma mi fermo li. A volte comprendo di più chi ha i soldi e li spende, piuttosto di chi arranca per far finta di averli.

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Questa mattina in tram vi erano 3 signore, tre madre, tre donne qualunque che andavano a lavorare. Si parlava di ansia. Ansia comune: figli, gas, bollette. E ansia non comune. Una delle tre signore proveniva da sei mesi di terapia. All’inizio sembravano ansie comuni come alzarsi di notte per controllare il gas (chi non l’ha mai fatto!), fino a quando, un giorno, nel buttare una carta nel cestino si è resa conto di esser tornata indietro ben tre volte a verificare che la carte era nel cestino. Chi l’ha in cura ha detto che le ansie si annidano in noi, fanno parte di noi, sfociano poi in disturbi più gravi quando si cibano delle nostre insicurezze e le fanno diventare incertezze e problemi concreti (nella nostra mente). Il disturbo dell’ansia affligge molte persone e si instaura facilmente in questa vita che non ci lascia tregua. Personalmente io sono una da cardiopalma, ma non ho paura di tutto. Me ne frego di tutto. Il cuore accelera per troppa eccitazione. Eccitazione per sciocchezze, come comprare un gelato. Tutto sotto controllo. Fino ad oggi. Sarebbe facile dire sono un po’ agitata per lavoro, casa nuova, casa vecchia ect. La verità è un'altra. Aver creduto per una frazione di attimo che mia madre poteva anche non dirmi ciao. Quell'attimo mi ha cambiato. Succedeva a fine agosto dopo un’altra batosta. In una settimana le certezze sono volate. L’architetto ha mandato la foto di questa dannata scala. Buffo che sia una scala a scatenare in me tutta questa preoccupazione, in qualche maniera si tratta proprio di salire una scala. Una scala che porta ad un piano alto. Un piano fatto di responsabilità, consapevolezza e autorevolezza. Vorrei solo scappare e giocare con i pupazzetti. Una vita spesa a guardare fuori dalla finestra a inventare storie. A sognare di incontrare qualcuno che ti possa cambiare la vita. Ad immaginare miliardi di volte come potrebbe essere. Invece è stato. Il 25.02.2010 è stato. Un abbraccio che voglio duri tutta una vita. Quel giorno quel “Sara non ti spaventare ma mamma è in rianimazione”. Quel giorno . Io paralizzata, con le persone che mi dicevano “Sara? Ci sei”. Io che non sono corsa subito. Ho pure mangiato. Lentamente. Ho dovuto capire, ho dovuto afferrare la notizia. Poi sono corsa dalla mia mamma. La mia mamma stava bene, un po’ collegata a una serie di aggeggi. Ma stava bene. La mia mamma voleva essere truccata e sistemata, perché lei è una Duchessa. La mia mamma i giorni a seguire è riuscita a mettere in riga le infermiere, perché lei è una Duchessa Generale.

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Il tram si era fermato. Lei attese un attimo, si voltò indietro. Tutti i passeggeri erano scesi.

Si sporse lentamente fuori dalla porta del vecchio tram ATM, con quei grandi gradini ingialliti. Aveva smesso di piovere. Non ricordava neanche più quando è stato l’ultimo giorno senza pioggia.

Piano, quasi ad attendere un tuono, scese le scale. La strada era piena di pozzanghere. Alcune persone tenevano ancora ben saldo nelle mani l’ombrello comprato a 5 euro dai marocchini.

Respirava a pieni polmoni quell'aria di Milano, stranamente pulita, che quasi sapeva di buono. Forse Milano sapeva proprio di buono. Con i suoi profumi nascosti nei negozi all'angolo Panetterie aperte da signore anziane che al massimo ti facevano il pan dei morti, ma non aspettarti prelibatezze meridionali. Fioristi ai semafori, che fiori così belli a Milano proprio non li vedi mai.

Aroma di caffè ed il tintinnio del ghiaccio nell’Aperol. Questa è Milano. Chiudi gli occhi e senti i tacchi veloci, lo stridulo di freni di biciclette. Qualche trolley che fa fatica sui ciottoli. La gente non parla molto a Milano. Tanti però, praticamente tutti, hanno cuffie nelle orecchie. Non è stato il boom dell’iPod è stato più in generale il boom del mobile, di quelle persone che non possono non comunicare al proprio collega/amico/fidanzato/madre che “sto uscendo”. Mi sono sempre chiesta perché dirlo quando sei già praticamente sotto terra in metropolitana.