TOP

peppina

Ieri pomeriggio ho cominciato a scrivere. Come sempre mi accade, in trance.

Nessun rumore, oltre alle mie dita sulla tastiera. Ad occhi chiusi, come un musicista, suono la mia musica. Scrivo. Mi commento a voce alta. Mi fermo, osservo il foglio e non vedo parole. Vedo me che parlo.

Vorrei, da sempre, fare radio. Una piccola e preziosa radio locale. Mi piace ascoltare la straordinaria diversità delle persone. Vorrei anche scrivere di queste storie. Una volta, correva l’anno 2005, grazie al mio vecchio blog ho avuto la possibilità di farlo. I blogger, sotto pseudonimo, mi hanno regalato la propria storia. Ognuna diversa, fatta di dolore e passioni. Solitudine e disperazione. C’erano storie a lieto fine altre concluse con un ricovero in ospedale per tentato suicido. Storie di omosessualità, raccontate con naturalezza tramite un blog ma ben più difficile da affrontare quando si è un impiegato bancario.

Quante storie, quanta diversità, quanto calore.

caffe05

Questi sono i biscotti per il mio orsetto lavatore, detto Giammy. Sono stati due anni difficili, quest’ultimo in particolare. Il mio Giammy non è uno che si lamenta o che guarda agli altri. Con quei suoi occhioni verdi un pochino strabici ti osserva e non si capisce mai se ti sta guardando sul serio o si è momentaneamente trasferito su un altro pianeta.

Eravamo in macchina, un venerdì particolare, in cui ha deciso di dedicarmi completamente il suo tempo, ed io farneticavo sul fatto che non ho aperto il blog per fare ricette, ma per me. Ed intanto infilavo nel discorso ingredienti.

“Miele?” “No. Pina” Poi siamo andati a comprare il televisore. Pare strano ma è il nostro primo televisore. Due vite vissute in diverse case, con diverse persone e televisori di altri. Televisori con il tubo catodico o dotati dei primi decoder.

“Che dici del rafano. Che poi dove lo trovo?” “Che stai a dì, Pina”. E così abbiamo comprato il televisore. Si quello in promozione, ma sai che bello! Si collega all’adsl ed il Giammy vede su un 40 pollici i miei video su youyube. Si beh non dovrei andarne tanto fiera. La cosa interessante, a dire la verità, sono le app di Android. Ho la possibilità, dato che io vado a nanna massimo alle dieci, di vedere i programmi migliori il giorno dopo senza registrarlo. Che poi li registrerebbe direttamente sulla chiavetta e l’hard disk. Insomma un televisore mutifunzione che io ho scelto solo perché la base è formata da tre zampe di color alluminio in tinta con la scala.

“Caffè?” “Quello sempre, Pina”. Serve quello solubile e noi non ce lo abbiamo. Abbiamo appena fatto la spesa, sono stanca, devo scaricare la lavatrice, abbiamo un televisore da montare.

Ed invece siamo andati al supermercato. Più che altro mi ci ha trascinato a forza. Prima però ho mangiato un bombolone alla crema e sono andata alla Coin ed abbiamo comprato il miele più buono del mondo, made in Italy. Ovviamente.

“Che pizza vuoi?”. Già prima del caffè solubile c’è stato anche un siparietto Pizza. Si. Dopo il bombolone. Io mangio ogni 2/3 ore come un neonato. Lo so, faccio schifo.  Poco con costanza, e solitamente leggero (questo è stato veramente un venerdì eccezionale).

Alla fine. Alle 18.40 per la precisione, siamo riusciti a comprare il caffè solubile e mi sono messa a fare i biscotti. Vi chiederete a che ora abbia finito. Alle 21.10 e, si. Si il Giammy ha fatto le formine. È lui quello bravo, quello paziente. Il Giammy come il caffè, non posso farne a meno.

Con la casa che profumava di caffè mi sono guardata Nightmare Before Christmas acciambellata sul mio Giammy.

Buongiorno Orsetto.

scala01

Questa mattina in tram vi erano 3 signore, tre madre, tre donne qualunque che andavano a lavorare. Si parlava di ansia. Ansia comune: figli, gas, bollette. E ansia non comune. Una delle tre signore proveniva da sei mesi di terapia. All’inizio sembravano ansie comuni come alzarsi di notte per controllare il gas (chi non l’ha mai fatto!), fino a quando, un giorno, nel buttare una carta nel cestino si è resa conto di esser tornata indietro ben tre volte a verificare che la carte era nel cestino. Chi l’ha in cura ha detto che le ansie si annidano in noi, fanno parte di noi, sfociano poi in disturbi più gravi quando si cibano delle nostre insicurezze e le fanno diventare incertezze e problemi concreti (nella nostra mente). Il disturbo dell’ansia affligge molte persone e si instaura facilmente in questa vita che non ci lascia tregua. Personalmente io sono una da cardiopalma, ma non ho paura di tutto. Me ne frego di tutto. Il cuore accelera per troppa eccitazione. Eccitazione per sciocchezze, come comprare un gelato. Tutto sotto controllo. Fino ad oggi. Sarebbe facile dire sono un po’ agitata per lavoro, casa nuova, casa vecchia ect. La verità è un'altra. Aver creduto per una frazione di attimo che mia madre poteva anche non dirmi ciao. Quell'attimo mi ha cambiato. Succedeva a fine agosto dopo un’altra batosta. In una settimana le certezze sono volate. L’architetto ha mandato la foto di questa dannata scala. Buffo che sia una scala a scatenare in me tutta questa preoccupazione, in qualche maniera si tratta proprio di salire una scala. Una scala che porta ad un piano alto. Un piano fatto di responsabilità, consapevolezza e autorevolezza. Vorrei solo scappare e giocare con i pupazzetti. Una vita spesa a guardare fuori dalla finestra a inventare storie. A sognare di incontrare qualcuno che ti possa cambiare la vita. Ad immaginare miliardi di volte come potrebbe essere. Invece è stato. Il 25.02.2010 è stato. Un abbraccio che voglio duri tutta una vita. Quel giorno quel “Sara non ti spaventare ma mamma è in rianimazione”. Quel giorno . Io paralizzata, con le persone che mi dicevano “Sara? Ci sei”. Io che non sono corsa subito. Ho pure mangiato. Lentamente. Ho dovuto capire, ho dovuto afferrare la notizia. Poi sono corsa dalla mia mamma. La mia mamma stava bene, un po’ collegata a una serie di aggeggi. Ma stava bene. La mia mamma voleva essere truccata e sistemata, perché lei è una Duchessa. La mia mamma i giorni a seguire è riuscita a mettere in riga le infermiere, perché lei è una Duchessa Generale.

Giaammy

Per una volta voglio parlare di Lui. Non dirò quanto sia bello, forte, simpatico. Quanto mi piace. Sono cose talmente soggettive e per certi versi ovvie che ve le risparmio.

L’elemento principe è Lui. Perché non è solo il Giammy è Lui. Il mio Lui, quello che ti fa aprire una porta e poi niente è quel che sembra.

Ho spalancato quella porta quando mi sono aggrappata a Lui con tutte le mie forze. Non avevo pensieri, non avevo una motivazione concreta. C’era qualcosa, un piccolo frammento che ho intravisto, l’ho sentito mio e semplicemente me lo sono preso. Mi sono avvinghiata come una bambina al proprio cuscino, come se nel resto della mia vita quel cuscino era stato inserito in qualche ripostiglio ed io non ne avessi sentito il bisogno finché non me lo sono ritrovato davanti. Si perché quel frammento che ho intravisto era qualcosa che mi apparteneva, qualcosa che sapevo fosse già mio da tempo immemore. Eppure, fin a quel giorno, non lo conoscevo. Lui, al di fuori, uno sconosciuto; dentro, Lui. Non avevo bisogno di formulare pensieri, lo sapevo. E basta.

Ero li , come lo sono stata per tanti giorni, eppure c’era quel elemento diverso. La paura che andasse via. Questo elemento insignificante, soprattutto se si pensa a due perfetti estranei in cui uno dice all’altro “mi trasferisco”, ha scatenato in me un mare in tempesta. Non ho fatto pensieri, non ho pensato al “dopo” alle “conseguenze”, sapevo solamente che Lui era mio e non poteva andare da nessuna parte. Nell'attimo stesso in cui fui scossa dalla notizia che sarebbe andato. Ho capito. Ho percepito, più che capito, e tutto il mio corpo ha reagito di conseguenza. Niente era più importante.  Io, il mio corpo, eravamo concentrate su di Lui.