Il romanzo Piccole Donne fu il primo libro che lessi con un certo interesse.

Non sono cresciuta con mamma che mi raccontava favole e non avevo intorno persone che mi regalavano libri. Fino ai 10 anni non avevamo un soldo, nel vero senso della parola; e i libri, quando i soldi mancano davvero, è un lusso che non ti puoi permettere. Inoltre non ho fatto la prima e la seconda elementare. O meglio; ero regolarmente iscritta alla scuola pubblica ma scappavo di continuo per essere recuperata da un carabiniere che col tempo è diventato amico mio. Ad otto anni non sapevo né leggere né scrivere anche se la maestra non la metteva in questi termini, ma sosteneva che fossi stupida e incapace di imparare.

Cambiai scuola, andai dalle Suore e conobbi la maestra Lorella la quale mi regalò Piccole Donne con le pagine spesse e profumate. Insieme al libro c’era una matita rossa. Il mio compito era quello di leggerlo e sottolineare tutte le doppie. Già perché la qui presente, prolissa pseudo scrittrice, non solo ometteva il soggetto ma non usava le doppie!

Mamma per farmi piacere di più il libro mi fece anche vedere il cartone animato e per me, contraria ad ogni forma di costrizione e studio, quella fu la salvezza: Josephine March

Josephine March: ribelle o inguaribile romantica?

Jo March era il mio idolo. Ciò che volevo essere. Correva con stivali in giro per la casa, andava a cavallo e diceva quel che le pareva. Si arrabbiava per un non nulla e non voleva in alcun modo sposarsi. Era considerata da tutti un bel problema e un qualcosa di indomabile, un po’ come mi trattavano a me i grandi. Jo aveva il desiderio di scrivere ed io, negli anni, ho letto troppo poco ma ho scritto sempre.

La vera Louisa May Alcott

Come tutti sapete il libro Piccole Donne è stato scritto da Louisa May Alcott non per vezzo ma per problemi di soldi. Il libro è autobiografico ma rivisto in chiava positiva, per questo l’Alcott è stata ed è tutt’oggi  criticata.

Penso che l’Alcott fosse avanti di due secoli e per questo l’ammiro. Oggigiorno su Facebbok e Youtube condividiamo la nostra vita, ma solo la parte platinata e vincente. Delle disgrazie ci piace cibarcene, non a tutti (me compresa), in televisione nei salotti della domenica ma non ci piace sbandierarle in prima persone. Vogliamo essere la versione romanzata di noi stessi e questo per evitare attacchi e critiche. La Alcott, nel raccontare la storia degli Alcott, fece la stessa cosa.

Amos Bronson Alcot, il padre di May Alcott, era un uomo da un potenziale enorme ma che non riuscì mai a fare quello che avrebbe meritato. Progressista, grande sostenitore del voto alle donne e vegetariano convinto. Louisa May Alcott prese molto dal padre. La sua tenacia, la fierezza e testardaggine  e divenne una femminista convinta a tal punto che non voleva sposarsi e non voleva far sposare la mia eroina Jo March.

Le lettrici chiedevano a gran voce che Jo potesse sposarsi con il ragazzo della porta accanto, Laurie; ma la Alcott, fervente femminista, commentò così:

Le ragazze scrivono affinché faccia sposare le piccole donne, come se fosse l’unico scopo e il fine stesso della vita di una donna. Non sposerò Jo a Laurie per il piacere di nessuno.

Alla fine sappiamo tutti come è andata. Jo sposò il poco romantico Professor Baher. E tutte noi, ammettiamolo, siamo rimaste malissimo. Era l’intento della Alcott che non voleva cedere ai propri principi ma doveva comunque arrivare ad un compromesso per il piacere (più che altro necessità) delle sue tasche.

Jo March in cucina

È impossibile raccontare le inquietudini che ebbe Jo quella mattina, né

gli esperimenti, le prove, le fatiche che dovette sopportare. Temendo di far

ancora peggio, se domandava consigli ad altri, fece da sola come potè e

venne ben presto alla conclusione che l’energia ed il buon volere non

bastano per formare una brava cuoca. Fece bollire gli asparagi per un’ora e

fu assai mortificata nel vedere che le punte si staccavano pel troppo

cuocere ed i gambi erano più duri che mai. Il pane si bruciò tutto; in quanto

all’insalata le dava tanto pensiero il condirla che dimenticò ogni altra cosa.

La cucina e la storia di donne raccontate nel libro Piccole Donne hanno un gran legame e, se ci pesate bene, è lo stesso legame che abbiamo noi altri nella nostra cucina. Nella mia cucina racconto, telefono, chiacchiero e mi confido.

Per quanto Jo March odiasse fare qualsiasi attività domestica e cucinare era qualcosa che le riusciva impossibile, spesso la troviamo ai fornelli con la sorella Meg. Parliamo di colazioni, pranzi improvvisati e dolci.  Per quanto Jo sia ribelle, testarda e un maschiaccio a mio avviso è sempre stata la più romantica e sensibile di tutte. Jo, come del resto la Alcott, era solo irrequieta incapace di trovaer il su posto nel mondo. Era intelligente, troppo per quel tempo, e si sa le donne intelligenti fanno più fatica.

Da adolescente ho sempre creduto che sarei rimasta da sola perché i ragazzi non volevano saperne di uscire con me. Nessun appuntamento, nessun regalino o sorriso. Uscivo con i ragazzi, ma come uno di loro. Bevo birra, fumavo, indossavo scarpe basse e non mi creavo problemi a parlare di sesso e “schifezze”. Quando divenni più grande un ragazzo mi disse “Sara sei intelligente, sveglia e vera. Spaventi gli uomini”. Ecco a 25 anni ho creduto che mai avrei avuto una famiglia. Io e Jo siamo legati da quel senso di ribellione, dalla testardaggine di fare tutto da sole, anche in cucina pur non sapendo come fare.

Ora sforno cupcakes e biscotti come la Pausini sforna ritornelli, ma vi assicuro che fino ai 25 anni non sapevo far cuocere neanche un piatto di pasta. Non mi interessava io volevo essere indipendente e il mio ultimo pensiero era matrimonio e famiglia. Io volevo vivere.

Quanto c’è di Jo March in me? Tanto e anche ora con fornelli accessi e Giammy in casa sono come lei. Jo March non amava cucinare, vero. Eppure lo faceva, piuttosto disastrosamente, e in particolare c’è un momento importate nel libro legato alla cucina.

Jo porta un dolce al suo vicino malato, Laurie. Nell’andare a trovarlo Jo porta con sé una ciotola avvolta in un canovaccio di tela. Un dono, un dolce consolati oro. Un dolce magico capace di alleviare le pene e i dolori. Bianco Mangiare al pistacchio.

In questo dolce c’è femminilità, dolcezza e raffinatezza. Jo March sei una vera furbetta, come me del resto. Che mi tingo a rigida genere lassa e poi mi commuovo a guardare il TG.

Se dovessi però associare Jo ad un dolce oggi, non avrei dubbi:  Birra e orzo, zucchero di canna, un po’ di latte…ciambelline ruvide e dolci.

Jo sei tonda, tosta e speziata. Queste ciambelle sono per te!

Ricetta Ciambelle di Birra e Orzo 

Ingredienti 

  • 150 di farina bianca 00
  • 50 gr di farina d’orzo integrale
  • 4 cucchiai di zucchero di canna
  • 4 cucchiai di birra
  • 4 cucchiai di olio extra-vergine di oliva
  • 1/2 cucchiaino di bicarbonato
  • latte q.b per spennellare i biscotti

Preparazione dei Biscotti

Mescolate in una ciotola le farine con il bicarbonato e lo zucchero. Aggiungete l’olio e la birra e lavorate prima con il cucchiaio e poi a mano finché l’impasto non diventa una palla. Il composto deve essere lavorato poco.

Fate riposare in frigo per un quarto d’ora, poi stendetelo col mattarello a uno spessore di circa 7-8 millimetri. Tagliate i biscotti, metteteli nella teglia, spennellateli con il latte e spolverizzateli di zucchero di canna.

In forno per 20 minuti a 180 gradi. Metteteli in una teglia bella larga, con carta forno. Girate i biscotti dopo 5 minuti.

Si conservano molto bene questi biscotti anche per una settimana, basta metterli in una scatola di latta.

 

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