La rubrica “Una stretta di mano” continua. Oggi vi presento Giovanna, una ragazza che ho conosciuto nel 2004 su iobloggo.com. Giovanna, all’epoca, aveva tredici anni e, con l’entusiasmo tipico di un’adolescente, mi ha raccontato la sua storia.

Sulla mia agenda di all’ora, ho scritto che la cosa che mi aveva più colpito di lei, oltre la sua storia, era stato il fatto che cercasse in tutti i modi di conformarsi alla società. Lei voleva essere ciò che la società le chiedeva. Sapeva di essere unica, ma non voleva sentirsi diversa.

Giovanna ha chiuso da anni il suo blog, ma ci tengo a rendere pubblica la sua storia (già nel 2004 mi aveva dato il permesso di pubblicarla omettendo e cambiando dei nomi).

giovanna 2004

Giovanna, come premesso, ha tredici anni. Tutto le sembra difficile. La scuola, il suo corpo, il rapporto con i suoi genitori, parlare con quello della prima fila. Ogni gesto è carico di sentimenti contrastanti. Ci sono giorni che si sente bambina  e indossa i suoi vecchi fuseaux a fiori; altri giorni, invece, indossa canottiere trasparenti e rossetto rosso. Non trova pace, Giovanna. Per tutti è ancora una bambina, per altri è grande abbastanza per mordere il mondo.

Giovanna ama giocare a calcio. Vorrebbe che sua madre la iscrivesse a qualche corso, ma lei non vuole. La madre di Giovanna ha sempre sostenuto che è uno sport maschile. Così lei, Giovanna, tutti i giorni, dopo la suola, va al campetto per guardare i ragazzi più grandi giocare a calcetto. Nessuno la guarda e le parla; ma lei sogna di tirare un calcio a quel pallone.

Un giorno, complice la pioggia, al campetto ci sono meno persona. Manca un giocatore. È la sua grande occasione. Si alza da terra e senza guardarli in volto dice: «Posso giocare io!»

I ragazzi ridono e non la considerano. Le voltano le spalle e giocano senza di lei, con un giocatore in meno.

Giovanna si sente una stupida. Si osserva in una pozzanghera e vede la sua immagine riflessa: non è alta, non è magra, ha i capelli unti. Dovrebbe stare a casa di qualche amica a parlare di trucchi, ma lei vuole giocare a calcio.

Rassegnata si siede in disparte. Ed aspetta. Aspetta per una settimana, finché la palla non le cade proprio tra le gambe. Non la tocca, la palleggia sicura e tira un forte calcio al pallone. Si volta e se ne va.

Un ragazzo le urla di fermarsi. Lei lo fa ma non si volta, attende una battuta. Il ragazzo le chiede come si chiama. Giovanna risponde e si volta.

Il ragazzo è il fratello maggiore di una sua compagna di classe. Si dice sia uno che ha tolto la verginità a tante persone. Bello è bello, ma a Giovanna non importa.

«Mi chiamo Alessandro»dice il ragazzo prendendola per un braccio. «Sai tirare i rigori?»

Giovanna annuisce con la testa. Si ritrova a pensare perché quel ragazzo stia toccando il suo maglione bucato. Nessuno l’aveva mai toccata.

Alessandro trascina Giovanna dagli altri. Ne nasce una discussione. Giovanna è stufa, non vuole essere presa in giro. Si gira e se ne va.

«Tanto sembra un maschio» urla Alessandro.

Quelle parole fanno male, ma Giovanna capisce a cosa si riferisce. Lei, in fondo, vuole solo giocare a calcio. «Si sembro un maschio» ammette.

«Domani mettiti una maglia larga e tagliati i capelli, abbiamo una partita con i ragazzi di quarta e ci manca Checco» ordina un ragazzo altissimo con la faccia completamente ricoperta di brufoli.

«Ma mi fate giocare?» chiede Giovanna più sicura.

«Per forza!» risponde il ragazzo dai mille brufoli.

Giovanna è contenta. Ha raggiunto il suo scopo. Quella stessa sera decide di tagliarsi i capelli. Si fa la coda e zac! I suoi lunghi capelli castani finiscono per terra. Non dice niente a sua madre. Tanto non capirebbe. Per andare a scuola indossa un cappello che la professoressa le fa subito togliere. Nessuno in classe si accorge del suo buffo taglio.

È venerdì c’è ginnastica. «Bene» pensa Giovanna che vuole rubare la felpa di un suo compagno di classe.

Puntuale alle 17 si trova al campetto. I capelli tagliati, la felpa grande. È pronta Giovanna.

Il campetto, però, è vuoto. Non c’è nessuno. Spaventata si guarda in torno. E capisce. L’hanno presa in giro. Torna a casa e giura che non andrà mai più al campetto di calcio.

Giovanna mi ha confidato che ora odia il calcio e i ragazzi. Si è tinta i capelli di biondo e porta sempre gli orecchini. Tutti i pomeriggi va a casa di Vanessa, una ragazza della sua classe, amata da tutti. Vanessa la prende spesso in giro, ma a lei non importa. Mi ha riferito che preferisce stare seduta sul suo letto a parlare di cose da donne. Sua madre è contenta del cambiamento e pare che anche la professoressa l’abbia trovata meglio. Tutti sostengono che si sia finalmente integrata a scuola e che è per questo che prende buoni voti.

Giovanna ha detto che piange ogni sera, che si sente sola. Non studia di più, ma i professori sono ben disposti a regalarle un sette. Ha capito che se si veste da femmina la vita apparentemente è più facile.

La storia di Giovanna è semplice e drammatica allo stesso tempo. Mi ha fatto molto riflettere su come questo meccanismo esista ogni giorno in ognuno di noi. Su come ci imponiamo di essere come la società ci impone di essere. L’ho fatto anche io per anni. Laureata a 23 anni brillante, ben vestita e con il sorriso sulle labbra. Eppure non stavo bene, per niente.

Non abbiate paura di essere. Non lasciate agli altri la possibilità di reinventarvi. Sperimentate voi stessi. Chissenefrega di come vi vuole il mondo. Oggi sarete nero, domani giallo e dopodomani verde. Solo così potete imparare a capire quale sia davvero il vostro stile e la vostra realtà.

Mi piacerebbe sapere oggi Giovanna com’è.

Giovanna aveva aperto il suo blog su iobloggo era il suo Diario. Era fatto di adesivi, foto, testi di canzoni. A volte scriveva di come si sentiva. Senza mettere i nomi dei suoi compagni. Parlava spesso del calcio femminile, di come in america ci siano tante possibilità. Chiedeva al web cose semplici «Perché una con i tacchetti non può essere bella?» a volte faceva test stupidi e si arrabbiava perché le dicevano che era insicura e romantica ma lei sosteneva che i baci non le sono mai piaciuti. Giovanna era quella che con la sua macchinetta fotografica posta parti di lei. Un occhio, il naso, la bocca. Erano foto stupende.

sendmail

Ogni venerdì ci sarà una paperotta che ci racconterà la sua storia. Vuoi partecipare anche tu? Basta che mi mandi una mail a:

info@pinalapeppina.com

Raccontami la tua storia, puoi anche usare un nickname, e rispondi a queste domande:

  • come hai conosciuto Pinalapeppina.com ?
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  • Cosa non ti piace del Blog e vorresti cambiare?
  • A cosa non rinunceresti ?
  • Perché hai aperto un blog? Cosa significa per te?

A tutti i partecipanti un disegnino personalizzato fatto da me e sorpresona finale!!!

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