Ogni anno da più di dieci anni mi succede la stessa cosa. Mi sento ferma. Sono ferma. Guardo i binari vuoti della stazione. Non vi sono più persone. Chi doveva andare, è andato. Chi doveva arrivare, è volato.

Un poliziotto lì c’è, ma non bada a me. Chiudo gli occhi e odoro l’inconfondibile puzza di Stazione Centrale, riporto alla mente la cuccetta del Milano – Roma di tanti anni fa.

Sospiro e apro gli occhi, ora i binari sono più fighi, c’è l’alta velocità, la voce femminile di Stazione Centrale è stata sostituta. Il rullare del cartellone, però, ancora c’è. Con il naso all’insù l’osservo. Dove posso andare?

Genova? Napoli? Lecce?

Ho sempre sognato di salire su un treno e basta. Starmene seduta con il caffè in mano. Trovare una signora, un ragazzo, un lavoratore e parlare. Farmi raccontare le loro storie. Farmi spiegare come ci si muove.

Io sono sempre ferma. Sono qui.

Alcune persone mi dicono che di cose ne ho fatte. Ho superato prove, difficili, che ti segnano. Sì, forse. Ma io sono qui.

Immobile.

Ho smesso di pensare che la vita la faccio io. Per voi è diverso. Voi siete. Io resto ferma.

Non ho l’autostima, non ho la bellezza, non ho l’ingegno, non ho un bagaglio, non ho relazioni, non ho ossigeno. Sono solo io e le mie mani. Un pianista senza musica.

Le mie mani quelle non si fermano. Non possono. Hanno imparato, loro, che non si può stare fermi.

Se ci si ferma ci si dice addio.

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