Era un mattino d’autunno quando con la mia piccola comitiva raggiungemmo l’ingresso delle Tombs a New York. Un banco di pegni era sordido e tozzo, le sbarre di ferro dei suoi denti erano aperte ed il ragazzo alzava una disgustosa nuvola di polvere che lentamente si spostava nell’ombra prima di tornare a posarsi.  Mi avevano consegnato una lanterna. «Che diavolo ci avrei dovuto fare con una lanterna?»

Non ebbi il tempo di rispondermi. Questa si accese. E tornai.

Tornai all’autunno del 1954. A New York, alle porte dell’inverno, per dirla tutta.  In quell’epoca si poteva passeggiare nella Fifth Avenue ed essere immensi nella luce tiepida di un novembre che si raffreddava dolcemente. La libertà di usare il tempo secondo le tue scelte, era finito. Ormai conoscevo le problematiche dell’economia americana, ma era tempo di tornare a Milano.

Sposarsi a New York era stata una pessima idea. Avevo affrontato il viaggio verso l’America con le mie incertezze e i miei ideali. Tutti svaniti nel vedere che quella donna mi amava. Ed io amavo lei. Bella, desiderabile da ogni punto di vista. Non potevo più aspettare. Dovevo tornare. In Italia, libera dal fascismo e con una grande volontà individuale.  Mia suocera, Giuditta, me lo aveva scritto. «Sei libero, ora puoi sposarti». In Italia la data era già fissata: 9 luglio 1955. Avevo già una casa al numero 78 di Porta Romana. Un appartamento al terzo piano che guardava su un cortile con molto verde, cosa rara a Milano. Le case di fronte erano lontane. Davanti a me avrei potuto scorgere il cielo. Lo stesso che potresti vedere a New York. Quante stupidaggini. Devo partire e lasciarti da sola a New York.

La lanterna si spense.

«Image all the people living life in peace…» John Lennon  guardava il mondo dalle finestre del Dakota Apartments, uno dei palazzi neogotici che si affacciano su Centra Park.

Io sono in piedi, davanti alla sua finestra, sorseggio il mio caffè. Da lassù avevi una visione da super-ricchi e super-privilegiati che sicuramente ispirerebbe anche un salumerie con la licenza elementare. Oggi avrei potuto averla anche io. Il mio coinquilino mi ha chiesto di andare dal suo ragazzo ricco e di poter osservare Central Park come John Lennon.

Ho preso il primo volo per NY, e dopo sei ore,sto sorseggiando il mio caffè. Mi sento a casa. Come è possibile? Questa è New  York; di tutti e di nessuno. Il trenta percento della popolazione è straniero, sale e scende in continuazioni dagli aerei, ma si ferma sempre a New York. Finiamo tutti qui a passeggere in Central Park sorseggiando caffè.

Le immagini, «Immagine all the people», di persone che camminano nei loro cappotti in Central Park  West ti fanno sentire appartenente all’Upper East Side. Le inquietudine dei bassifondi sono lontanissime. Eppure.

Nel polmone verde di New York, in autunno, c’è qualcosa che vibra. Qualcosa di terrificante che divora le immagini super-fighe dei ricchi. Ci sono guerrieri della notte in Central Park, l’avvocato del Diavolo. Fantasie di registri? Non penso. John Lennon è stato ucciso da un maniaco.

La lanterna mi cade dalle mani. La musica cessa di suonare. Le mie Nike graffiano il terreno. Il mio caffè è per terra.

«Ma che ci sono venuta a fare a New York? »

A bere caffè, certo. Forse però… essendo martedì, ho un appuntamento con i fantasmi. In Central Park.

Corro al lago, quello dove chiunque almeno una volta ha provato ad utilizzare la barchetta telecomandata. Lì davanti a me una strega sul suo cavallo. Alla sua sinistra una luce crescente. Ai piedi del cavallo una zucca incisa. Tutto intorno volano corvi neri. Mi proteggo da quel suono, con le mani sulle orecchie. I corvi fanno un baccano terrificante.

La strega parla, eppure non apre bocca. Sono gli uccelli ad ammettere il suono. «In Central Park c’è un albero velenoso.»

La guida mi dice che è colpa degli anni. Un albero secolare che è mutato, che è diventato velenoso. La domanda, però, è «Per chi?». Vado dritta alla meta. Eccolo. Alzo di poco la testa, i rami stanno venendo verso di me. Mi vogliono toccare. Mi paralizzo.

Il ramo  finisce con cinque piccole dita, sul suo palmo rugoso una foglia e delle castagne. La strega, i corvi, non lo so, mi urlano «Prendile.»

Faccio come mi viene detto. Le stringo nella mia mano. Tutto intorno comincia ad evaporare. Non vi è più l’albero, non c’è la strega. Non sento più corvi ed uccelli. Non indosso le Nike bianche. Sono nel mio studio. Il mappamondo ha girato, di nuovo.

Sul tavolo delle  castagne, un vinile di John Lennon ed una scritta «Run for your life».

Ricette e storie di Autunno: American Pie con Pere e Cioccolato

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American Pie con Pere e Cioccolato

Ingredienti

500 gr di farina di castagne
150 gr di zucchero
400 gr di burro
2 uova
sale
biscotti secchi qb
4 pere
200 gr di cioccolato fondente
zucchero a velo

autunno02

Preparazione

Impastare, senza lavorare troppo, il burro con lo zucchero e con la farina di castagne, incorporare le uova, poi lasciare riposare il composto per 30 minuti in frigorifero.

Tirare la pasta con un mattarello e un po’ di farina bianca e ricavarne una sfoglia alta poco meno di 1 cm.
Foderare una tortiera con la frolla, disporre sul fondo dei biscotti secchi, uno strato alto circa 2 cm di pere crude tagliate a fettine e cospargerlo col cioccolato fondente tritato.

Ricoprire la torta con il resto della frolla e cuocere in forno a 170° per circa 35 minuti.

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