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Il 9 settembre è passato un anno. Da quando mi hanno licenziato.

Voglio scrivere. Ho bisogno di dimostrarmi che ora l’ho superato e riesco a parlarne a voce alta.

Sono una di quelle che si è laureata a ventitré anni. Sempre a ventitré anni ho cominciato a lavorare. Prendevo quasi 1.400 euro. Come primo stipendio rientravo già nella fascia medio alta della nazione.

Da lì non mi sono mai fermata.

Nel privato avevo finte amicizie, un club di auto da portare avanti e una vita da cambiare. Sul lavoro però ero capace di fare. Di organizzare e di mostrarmi sempre al meglio. Non mi impegnavo. Ci riuscivo e basta.

Ho cambiato aziende. Lavoravo per banche, SGR, SIM quelle che senti in televisione quelle che, ironia della sorte, sono saltate a gambe all’aria.

In una di queste aziende ho conosciuto il Giammy. Una di quelle storie che “io mai nella vita”. Invece è successo. Mi sono innamorata di lui il giorno stesso che l’ho visto seduto male con il completo grigio e la cravatta verde. Non l’ho capito subito.

Mi stava anche profondamente sulle balle. Poi un fulmine a ciel sereno. Ed io sono stata travolta. Ho lasciato la mia casa e detto “io vado” a tutti quelli che conoscevo.

E sono corsa da lui.

Lavoravamo insieme. Lui era più grande di me. Mi sono sentita una troia. Sapevo che tutti lo avrebbero pensato. Così ho mentito a mamma e persone vicine. Io stavo con qualcuno senza nome. Ho mentito per tre anni. Anche il Giammy mi ha indotto a credere che fosse sporca questa cosa. Non voleva che i colleghi lo sapessero. Talmente paranoico da non uscire mai in centro a fare due passi. In fondo in piazza duomo ci va anche chi non è di Milano.

E se era lui il primo a farmi sentire una puttanta perché non crederci? Ho passato anni a godere del mio amore per lui ed a piangere perché non facevo nulla di male e che la gente è cattiva.

Cercavo lavoro ma non lo trovavo. Poi un’occasione. Nell’immobiliare. Sapevo, per esperienza indiretta, che è ambientate di merda. In fondo avevo passato due mesi in Pirelli. Ho accettato comunque. Era il mio modo di dire al Giammy “io ti amo”.

Mi hanno spogliata di tutti i benefit di un contratto bancario. Non importava. Io dovevo solo stare con Giammy . Mi hanno offerto sei mesi di prova.

Ero consapevole che fosse la cosa più stupida che stavo per fare. Da dieci anni avevo un contratto a tempo indeterminato. Sotto i miei piedi giacevano ancora i resti di colleghi ed amici senza lavoro, in balia di ristrutturazioni aziendali. Io ero fortunata.

Ho cercato di spiegarlo. L’azienda mi ha offerto più soldi.

L’ultimo anno avevo sdragionato. Il padre del Giammy era morto, mamma poco dopo ha avuto l’infarto. La società per cui lavoravo e di cui amavo ogni singolo membro era scomparsa. Mi ritrovavo incastrata in Garibaldi. Davanti alla mia scrivania un ex capo che era divento un mio pari. Uno che ci aveva provato con me. Mi aveva anche molestato. Uno di quegli uomini piccoli ed inutili.

In quel bagno, oltre le nostre scrivanie, ho pianto tante lacrime. Era soffocante quel posto. Poche persone, tutte pettegole.

Tutte amiconi che si davano, in apparenza, una mano e si vedevano anche dopo il lavoro. Entravo nel quarto anno della storia con il Giammy volevamo anche comprare casa. Una più grande per il nostro futuro. Ed io ancora non l’avevo detto a mia madre. Ancora ero tenuta segreta al punto che il Giammy era considerato lo scapolone d’oro aziendale. Non c’ero ne io ne nessun altra nella sua vita. Al lavoro, con gli amici con i suoi parenti. Questo faceva male.

Dovevo andarmene.

Accettai i semi mesi. Mi rimboccai le maniche. Avevamo anche comprato casa. Ero felice.

L’ultimo giorno del mio contratto, dovevano confermarmi. Mi hanno licenziato.

Il mio responsabile non lo ha detto nessuno. Lo aveva deciso l’attimo stesso che mi avevano assunto senza che lei fosse d’accordo. Si la stronza è una donna. L’unica donna capo che ho mai avuto. Ho sempre sostenuto “non sono in grado di lavorare con le donne “. Infatti.

Non aveva avvisato il personale. Nessuno. Era andata diritta dal grande capo dicendogli chissà cosa e facendomi licenziare.

Dall’oggi al domani senza stipendio. Senza uno scivolo. Senza una liquidazione. Niente.

Solo 2.500 euro di TFR andati nelle finestre che avevo già concordato di cambiare perché una si stava staccando.

Ora sul mio conto corrente ho 1.000 euro e qualche risparmio da parte. Però nel mio armadio ci sono borse di Gucci e foulard di Trussardi. (Giusto per rispondere a voi stronzi. Se prima avevo un ottimo stipendio non posso ora andare in giro con altri vestiti!).

L’ho presa male. Molto male.

Era la dimostrazione che nella vita non puoi anteporre il cuore alla testa. Io che non ho mai sbagliato un colpo sul lavoro. Io che sono nata con un dirigente a casa che mi ripeteva “dovere, fare, organizzare”.

Ci ho creduto. Ho creduto che per amore questa vita possa essere migliore.

Ho creduto che gli ipocriti che mi hanno detto “noi ci saremo. Sei hai bisogno di qualcosa” non fossero gli stessi a dire “ma che te frega? Stai a casa, ti fai mantenere?”.

Sono stata male anche per loro.

Il mondo della finanza è spietato e chiuso. Non ho mai leccato i piedi a nessuno anche se ho parlato con Amministratori Delegati, Consiglieri, Sindaci e Presidenti. Io con loro lavoravo.

Nessuna proposta di lavoro, seppur cercata a forza, mi è giunta. Troppo vecchia per ricominciare dalla consulenza. Troppo donna e con esperienza per poter piazzarmi al mio livello. Troppo donna per tornare ad essere io il responsabile.

Ho iniziato a scrivere. Sono partita da un vecchio libro scritto nel 1997. L’ho quasi finito. Dal 6 maggio quasi tutti giorni scrivo per sei, otto ore al giorno. Un lavoro. Già.

Vorrei ancora credere nei sogni. So che però non esistono. Esistono le opportunità che ci creiamo. Io in un anno sono stata ferma. Nessuna opportunità mi sono costruita. Non ne sono capace. Non credo nell’uomo. Mi spiace. Sono una brutta persona.

Voglio finirlo questo ebook e pubblicarlo da sola. Spero vi possa piacere. Spero che possiate leggerlo anche solo per solidarietà.

Dopo uscirò di casa ed andrò al lavoro temporaneo. Forse la segretaria sono in grado di farla.

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