Ieri notte un boato. Poi ogni allarme del quartiere ha cominciato a suonare. Cani che abbagliavano. Gente che urlava.

Mi sono alzata fradicia di sudore. La corrente era saltata. Il cuore mi martellava nella testa.

Ci ho messo almeno dieci minuti prima di alzarmi dal letto. A piedi scalzi mi aggiravo per casa cercando un senso.

Con il cuore in gola ho capito che era un blackout. Piano sono salita in cucina. Ho preso la torcia e dell’acqua. Mi sono affacciata al balcone.

Le stelle illuminavano Milano. Forse era una bella serata. Neanche tanto calda. Io però avevo paura. Il Giammy non c’era ed avevo un gran bisogno di dormire.

Sono andata a letto con al fianco la torcia.

Un altro boato. La spia del televisore si è accesa. “Meno male!”.

Poi il buio. Di nuovo.

Ho pensato che se non tornava subito la corrente, l’indomani potevo buttare via tutti gli alimenti del frizer.

All’1.52 la corrente è tornata ed io mi sono addormentata con un groppo in gola. In mano ancora la torcia.

 

Questa mattina per niente riposata e ancora sotto sopra mi appresto ad andare in stazione Garibaldi. Treno delle 9.52 direzione mia madre.

Decido di fare il biglietto alla macchinetta. Decido di non inserire 5€ ma bensì 10€ . Grave errore. L’inizio della fine!

La macchinetta non mi restituisce il resto. Aspetto di parlare con l’unico impiegato di treniitalia. Scrive 852 parole sul terminale. Mi chiede pure il documento di identità. Trascorrono 20 minuti prima che possa ottenere il mio resto di 5,38€

Corro, per modo di dire, la fantastica notte si fa sentire al binario 18. Salgo le scale. Il treno parte.

“Vaffanculo!”.

Controllo sulle quattro stazioni di Milano il primo treno per Monza. 10:31. Davanti a me un’ora.

Attendo paziente. Chiamo mia madre che ovviamente mi accusa di scarsa organizzazione.

Il fato ha deciso di farmi incazzare per bene. Il treno ha quaranta minuti di ritardo.

Guardo il tabellone ed urlo: “perché”. Un uomo di bell’aspetto e con due occhi blu mare mi dice: “dai è sabato”.

“Non conosci mia madre!”.

Ride. “Dove vai?”.

“Solo a Monza!!”.

“Non hai l’auto?”

“Non guido”

“Beh sei uscita da qualche epoca”.

Lo guardo. È proprio Figo. Cappello in testa. Barba sfatta. Zaino in spalle.

“Tu dove vai?”

“Non lo so” sorride.

Rido io di gusto. “Potrebbe essere interessante”

“Cosa?”

“Scrivere di te”

“Scrivi?”

“Sempre”

“Non mi conosci” si gratta la testa. Mamma che Figo!

Lo guardo. Gli sorriso. “Potresti essere un uomo misterioso miliardario che mi porta a Parigi!”

Se la ride di gusto.

“Potremmo anche finire nella stessa camera da letto questa sera”.

Sorrido.

Il mio cellulare suona. Mia madre.

“Cazzo!”

“Stai calma! È solo sabato!”

 

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