ossigeno

Io sono quella che viene dalla provincia. Mamma è di Licata mio padre di Torino. Torino non è provincia, ok non offendetevi, ma non è metropoli. E poi sono più di Bontà D’alba che di Torino. Ho vissuto a Sesto San Giovanni per poi fare il grande passo a Monza.
I miei unici viaggi all’estero li ho fatti con la scuola. Londra e Parigi (oggi vi è il Giammy). Si ho studiato due estati, per  un mese, in Inghilterra dove ho compreso come aprire una birra con un accendino e come si rolla una canna, cosa che non so fare perché sbavo! Ho compreso che non basta avere pantaloni a vita bassa, far finta di avere i capelli rasta per ambientarsi a Manchester. Ho compreso che lì, in Inghilterra, stanno davvero avanti. Quelli zompano dalle finestre alle undici di sera solo per vedere un tramonto e tornare precisi alle sei prima che inizino le lezioni.
Io al massimo ho rubato una t-shirt in Rinascente per essere beccata subito dopo e pagare con 50 mila lire datemi da mia madre per comprare un profumo a suo marito. E dover trovare una scusa al limite della realtà per spiegare che fine hanno fatto quei soldi.

Ho sempre dato l’aria di una alternativa e fuori dal comune. Di alternativo ho solo la mia taglia di reggiseno che, in una famiglia di maschi, una quarta è un qualcosa da Guinness dei primati.
Ho paura di attraversare la strada, vado a nanna al massimo alle dieci di sera e ho il brutto vizio di commentare qualsiasi cosa. Avere un’opinione su tutto e volerla per forza esternare e pretendere pure, non solo ascolto, ma anche ragione.

Ho tanti capelli che possiamo farci il prossimo red carpet. Inciampo ad ogni scalino e indico le cose come una bambina di cinque anni. Cerco costantemente approvazione e attiro l’attenzione prendendo le persone per la camicia. Senza alcun motivo alzo la voce e parlo a mitraglietta. Mi annoio facilmente e molto spesso non me ne frega un cazzo. Ed il problema che lo dico, li in mezzo alle conversazione, “non mi interessa”.

Vedo fenici al posto delle nuvole. Prendo ragni per le zampette e li appoggio delicatamente dove non possono essere schiacciati, però prendo a calci nel culo i piccioni. E non trovo romantici i gabbiani perché per me “sono solo piccioni romani dipinti di bianco”.
Ogni due ore debbo mangiare se no svengo. Non so sostenere una conversazione adulta e non reggo le critiche.

Vorrei non aver fatto economia e commercio, vorrei aver capito prima che il mio chiudermi verso il mondo non era solo frutto di quello che mi è successo a dodici anni, ma l’estremo bisogno di trovare il mio binario. Binario sul quale avrei camminato in punta di pendi, raccogliendo sassi rossi per giocarci una volta preso il terno giusto.

Voglio scrivere. Voglio raccontare delle diversità del mondo. Voglio specchiarmi negli occhi dei bambini e farmi leccare dagli animali

Non voglio appartenere al mondo dei grandi, quelli che muovono capitali e hanno CV impeccabili.

A 19 anni invece ho deciso che volevo farne parte. Ora lo so. Solo per avere il “brava” mai ricevuto dai miei genitori. Ed ora mi sto letteralmente fottutamene cagando addosso. Non saranno parole da signorina per bene, ma rendono perfettamente il mio stato d’animo.

Io non ce la posso fare.