Samba

Ieri me ne stavo dalle parti del Politecnico di Milano, quando sono stata colpita da sei signore di mezza età che,tutte munite di tuta e fascia per i capelli, con grande impegno facevano Yoga. Decido così di fare il giro largo per non disturbarle e vengo letteralmente travolta da bimbe scatenate che lancivano pallette di carta rosa contro una maestra bloccata da dei bimbi maschi. Sarà stato il sole, l’aria, le biciclette ATM parcheggiate in fila, ma mi sarei voluta fermare e dipingere. Io non dipingo. Ci sono certe scene che però vorrei imprimere su tela.

Una volta oltrepassata la piazza del Politecnico, vedo un ragazzo di colore accelerare verso di me. Sul viso stampato un sorriso enorme. Gli sorrido. Lui si ferma e mi dice “sei bellissima”.

Io sorpresa dico “grazie”.

“Ma tu non sei Italiana” (domanda alquanto bizzarra)

Italianissima, rispondo io.

E lui sempre più convinto “ma non sei di Milano!”, mi scruta con i suoi occhioni castani, il suo nasone a patata ora é molto vicino al mio. Poi come morso da una tarantola, si allontana un poco. Saltella, batte le mani . Ride, come solo gli africani sanno fare, e punta una mano verso di me “Sei bianca. Bianchissima. Hai capelli afro e il naso a patata come noi”. Ed io divertita “si beh ho un grosso naso”. E lui quasi urlando “sei bellissima! Sei Sengalese ed Italiana. Sei la mia ragazza”. Poi quasi in colpa mi porge una mano, la stringo, e mi dice “Ciao io sono Samba e tu Regina dell’Africa”. Io rispondo “piacere io mi chiamo Sara. comunque mia madre è Siciliana”. E lui ridendo “ecco. Sei africana. Io Senegal”.

A quel punto non so più cosa dire, sono molto divertita, ma vado di fretta. Così butto l’occhio verso la strada, e lui subito capisce “vai in ospedale”, io faccio cenno con la testa. Lui serissimo “li dove curano le cose brutte”. Ed io ancora annuisco. Si rabbuia, neanche mi conoscesse da vent’anni. Ho dovuto rassicurarlo “mi hanno operato, ma sto bene. Guarda sto andando andarmi dire che sto bene”.

Lui, rapido come un felino, mi abbraccia. Mi da un bacio sulla guancia e mi chiede “sei sposata”. Ed io “ho il ragazzo”. E lui ridendo “vieni via con me”.

Poi si stacca. Mi sorride calorosamente. Allunga una mano in segno di saluto e urla “io sono sempre qui. Ci vediamo. E mi dici che stai bene”.

Lo saluto.

Vado all’Istituto dei Tumori con un sorriso di amore e gioia che erano anni che non avevo. Sono già due volte che dei ragazzi stranieri mi fanno le feste. Saranno i miei capelli. L’esito è positivo e sono ancora più contenta.

Torno indietro e lui è lí. Mi vede. Sta per correre verso di me. Si ferma. Tira la giacca al suo amico ed urlando, per farsi sentire da me che sono dall’altra parte della strada, afferma orgoglioso “quella è la mia ragazza. Italiana Senegalese”. L’amico lo spintona, come a dire “ma piantala”.

Ed io non so bene. Gli mando un bacio e gli urlo “è andato tutto bene”. Lui saltella di gioia e urla “ci vediamo Belissima”.

Ed io oggi mi sento veramente Belissima. E mi sento anche Senegalese.

 

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