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Da bambini se si è abbastanza felici della famiglia che ci ha dato il buon Dio non ci soffermiamo troppo ad interrogarci su cosa intendiamo noi per famiglia. Se siamo più che abbastanza fortunati, molto probabilmente la famiglia che ci è capita la vorremmo ricostruire con noi in cima alla montagna.

Il mio è il non poco frequente caso di figlia di divorziati. Con una bella fortuna. Mio padre è semplicemente sparito. La fortuna è stata non dover essere trattata come un pacco postale e dover decidere ogni week end se stare con mamma o papà. Non si rendono conto che un ragazzo non ha voglia di passare i week end con i genitori, che sia madre o padre. I figli dei divorziati, salvo i rari casi in cui i separati siano persone veramente rispettose, sono persone annoiate e che avranno visto la loro adolescenza sul filo della cornetta: mamma e papà che discutono di quale week end prendersi. E state certi che il figlio di divorziati non è potuto andare a casa dell’amico, o in centro perché il genitore sbagliato è capitato nel week end sbagliato.

Io, sono fortunata. Mio padre non mi ha voluto. Mamma ha preso la grande, onesta decisione di non voler niente da mio padre. Con tutti i sacrifici connessi.

Mamma e le sue paranoie, ora me ne rendo conto, mi ha portata dallo psicologo più volte. Per farsi dire che “la bambina è una come tante, solo un po’ più sulle nuvole delle altre”. Questo mica perché mi è mancato qualcosa, semplicemente perché io su quella nuvola avevo i miei amici, le mie storie e dialoghi lunghi tre giorni. Se invece che continuare a chiedermi “come va?” mi avessero chiesto “cosa vuoi fare?”, magari, forse, può darsi, che io la mia strada l'avrei scelta un per caso, un po’ per gioco. Ma la sceglievo e la mia nuvoletta non la parcheggiavo in doppia fila fino all'avvento del Giammy. Così per dire.

Come scritto più volte di me bambina non ricordo niente, di me ragazzina piccoli frammenti. Uno di questi frammenti è un disegno. Lui, Lei e due bambini. La famiglia Mulino Bianco. Lo psicologo che mi chiede di descrivergli cosa stanno facendo. Prendo ad esempio la famiglia di mio zio, con i miei due cugini maschi. Il resto me lo invento di sana pianta. Creo lo stereotipo della famiglia tipo, che non appartiene alla mia e per certi versi neanche a quella di mio zio. Mi invento che il padre è lí seduto sul divano a vedere la patita, la madre in cucina a cucinare e i due ragazzi in cameretta a giocare. Mi invento che il più grande poi guarda i commenti post partita con il padre, perché entrambi amano il calcio.

Ho sempre osservato i target. Io non lo sono mai stata. A volte consciamente altre volte proprio ottusamente.

Nel fare, nel comprare, siamo statisticamente target. La famiglia Mulino Bianco o quella della Barilla, che tanto sono la stessa cosa, non esiste. Non perché la gente non si vuole bene. Perché lo stereotipo: padre/calcio madre/cucina. Non esiste.

Ogni famiglia ha cattiveria, momenti difficili, ceffoni, urla. Lunghi interminabili silenzi. Cene che si fanno da vent’anni dove tutti si annoiano ma nessuno ha il coraggio di dirlo. In famiglia c’è sempre una zia pettegola ed un figlio più figo. Ed il piccolo di casa, anche se ne ha ormai cinquant'anni.

Nelle famiglie difficilmente un padre ed una madre si chiederanno per davvero “Io sono felice?”. Semplicemente perché si sentono in dovere di risponde. “Si, lo sono”. Altrettanto semplicemente per il fatto che hanno uno o più figli.

Onestamente non credo che aver un figlio sia la chiave della felicità. Anzi talvolta, spesso, è la chiava per non arrivarci mai. È un ennesimo prolungamento di quello che NOI non sappiamo fare, non vogliamo fare, abbiamo paura di affrontare. Tutto questo non diventa positivo e lo si riveste sui figli. Così se a trent’anni avete la fortuna di essere madri, passerete gli altri trenta a preoccuparvi per lui. A pregare per lui.

Non lo so. Forse questo che intendeva Darwin con “l’evoluzione della specie”. Il nostro scopo è procreare. Non essere felici. Diventare genitori, almeno per gli Italiani, è diventare martiri.

Ecco.

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Domenica mentre guardavo il sole tramontare sul Lago Maggiore e rendere di color ambra la cupola della Cattedrale, osservavo questi due Signori. Lí seduti al freddo. Sereni.

Io voglio una famiglia. E senza problemi dico che la voglio egoisticamente perché non ce l’ho mai avuta. Razionalmente dico che non sarò per niente una buona madre perché sono una grandissima rompi coglioni. Presuntuosamente dico che non sono un target io. Non me ne frega un accidenti di voi altri, dei vostri giudizi e di tutta questa moda che ruota intorno all’essere madri.

Io voglio essere una famiglia, non una madre. Vorrei godere e bere della vita, del mio Giammy e di chi verrà. E condividere.

In cima alla lista, prima di mio figlio. Io voglio essere felice.

E ora mamme dai scrivetelo “tu lo dici perché non hai figli”. Ci vediamo alla prima ecografia, ok? Vi offro caffè e biscotti alla cannella.

 

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