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È stato decisamente un Natale strano. Sono riuscita a stressarmi senza avere ospiti a cena. Sono riuscita per 48 ore a sedermi solo 5 minuti.  Era come se dovessi dimostrare a qualcuno, a me, che anche io facevo parte di qualcosa. Di un nucleo familiare dove vi era gente che andava e  veniva.  Nel mio fantastico mondo dovevo cucinare per tante persone, la casa doveva essere perfetta ed anche io dovevo essere stupenda.

Il risultato finale è stato ovviamente deludente. Ho cucinato di fretta con risultati non eccelsi e mi sono fatta un taglio profondo al dito. Ho visto zampillare sangue sul lavello della cucina, un attacco di panico per tutto il salmone che c’era. Nella fretta di chiudere il rubinetto, di sangue, ho insaccato il mignolo a mo di salame, con tanto di quel cotone emostatico che ancora oggi, a distanza di due giorni, ho l’unghia completamente gialla.

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Quando ho aperto i regali ero talmente stravolta, da acciambellarmi direttamente sul Giammy.  Solo oggi mi rendo conto di possedere un fantastico iPad mini con display retina e due magnifiche lampade della Kartell.

Non sono piena, e ho una gran voglia di dolce. Sapete il tronchetto di Natale, un dolce con la crema.

Ci sono stati pochi abbracci, e ancor meno saluti. Via mail però ho ricevuto auguri da persone che confermano di essere speciali, nonostante tutto.

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Natale è finito, grazie al cielo. E lo dico per me stessa. Così non mi devo più dimostrare niente. Posso tornare ad essere la papera scorbutica che oscilla da momenti di pura follia ad attimi di disperazione totale.

Capodanno una cosa che non ho mai capito.  Soprattutto questa mania di farlo in piazza. Sarà che l’idea di starmene ferma al gelo in mezzo a gente che non conosco proprio non fa  per me. Giusto un attimo prima della mezza notte mi sento terribilmente sola e insicura, ho come la sensazione di perdere qualcosa di importante. Non sono una di quelle che fa i propositi di inizio anno. Li faccio a settembre, io. Si mi sento ancora un’adolescente che va a scuola e che conta i suoi anni in “settembri”.

Ciò non significa che non troverete fesserie su classifiche  buoni propositi. Quando scrive Peppina tutto può succedere.

Ora vi lascio, devo prendere una zattera ed andare a trovare una mia amica. Voi altri continuate pure a far andare le mascelle, magari create elettricità.

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La Vigilia ha visto me ed il Giammy ed il mio dito mozzato. Un antipasto con capesante gratinate con pistacchio, tartare di spada e mango ed in fine il salome ripieno con carciofi e nasello. Poi sono arrivati i miei e abbiamo finito la serata con un pessimo panettone di Cova e finte chiacchere.

Il 25 dicembre mi sono svegliata in cameretta. Si, separati io e Giammy. Io da mia madre, lui dalla sua. Perchè siamo una famiglia. Poi pranzo di Natale e discorsi su dove ci piacerebbe andare a vivere.

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Casa di mamma era tutta rossa e la tavola ben apparecchiata. Lei è duchessa.

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Io avevo deciso che il Natale mio e del Giammy sarebbe stato il 23 dicembre e così ho spadellato tutto il giorno, con scarsissimi risultati. Questo perchè mi sono messa l’ansia, ho voluto fare tutto e di più. Mi sono rinchiusa nel mio mondo e nel mio Natale. La verità è che non mi importa. Non mi importa che i ravioli con la rapa rossa non li ho fatti perchè la rapa rossa non l’ho trovata. Non mi porta che la panna cotta al mandarino non è venuta perché ho avuto poco tempo. E non mi importa che l’arrosto di agnello non era di agnello ma di vitello e i carciofi mi hanno fatto nere le unghie (mi sono dimenticata di usare il limone). Non mi importa proprio, perchè io il Natale lo volevo fare con Giammy.

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