Tornati siamo tornati. Siamo svegli da questa mattina alle 4.45 e siamo decisamente stanchi. Lo scalo di Istanbul é durato più del previsto e ci ha dato la botta finale.

Instanbul é stata solo rimandata, perché la Turchia ma soprattutto la gente mi é entrata dentro. I loro sorrisi , il garbo che hanno nel sapere esattamente quando chiedere oppure battersi in ritirata. Il loro inglese strampalato con cui ti dicono di aver capito anche quando non sanno minimamente che gli volevi dire. Il loro amore per il mare, le barche e gli animali. Il rispetto per l’ambiente e la fissa per l’ordine. Un popolo da cui per certi aspetti avremmo tanto da imparare. La prima cosa che mi ha accolto dell’Italia é stato il chiasso, il disordine e l’incapacità assoluta di stare in fila.

Quando torno da un viaggio solitamente osservo la città in cerca di cambiamenti, anche piccoli. Oggi? Niente di tutto ciò. Mi sento come una tigre su un colle. Osservo, annuso l’aria. Le orecchie mi si rizzano e si girano ad ascoltare suoni lontani. I muscoli tesi, pronti a scattare. In attesa. Tutto il mio corpo é in attesa.


Attendo il cambiamento. Io ho una paura fortuna del cambiamento. L’odore é quello dell’ignoto, in lontananza odo sospiri e battiti accelerati. Il cambiamento, questa volta, che ci sia é inevitabile. É già in movimento. Spero che arrivi corredato da profumi, carezze e infiniti abbracci. Vorrei godermi fino all’ultima goccia della mia ansia e paura. Vorrei trattenere il fiato così a lungo da diventare viola per poi buttare fuori l’aria dai polmoni doloranti. Non mi voglio sottrarre alla mia agonia, solo se poi ad attendermi ci saranno petali di rosa.

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