Ebbene si, se vi fossero ancora dubbi sono la tizia con del megafono.

Dal 2005 in poi sono stata riconoscibile sul web per un solo elemento. Il megafono. Mi sono imbarcata nell’operazione titanica di gestione eventi di un club di punto. Io che non guido, e qui potete ben capire la mia coerenza!

Non ne parlo mai perché è un capitolo chiuso e di cui ricordo veramente poco.

C’è stato un primo periodo che mi ha aiutato ad uscire di casa. Nel vero senso della parola e lo devo a gente come Ivan, Andrea poi Alessandro e Mattia. Persone che nonostante le vie si sono distaccate incontrandole per caso ci sarebbero abbracci.

Myself_punto

Andrea in particolare lo incontro casualmente nei miei spostamenti di Milano. Ogni volta che lo vedo il tempo si ferma. Mi vorrei aggrappare a lui come in passato. Abbracciarmi e non mollarlo più. Solo ora a distanza di 10 anni capisco che Andrea e Ivano erano amici. Amici di quelli veri che restano. All’epoca però ero troppo impegnata a distruggermi per capirlo. Oggi li ho ribeccati su FB. All’inizio confesso ho avuto una tanta paura. Tutta la mia insicurezza e le mie questioni irrisolte sono venute fuori. Ho stupidamente pensato che loro fossero gli stessi di 10 anni fa. Non lo sono io perché ho presunto questo per loro, semplicemente perché non li ho più rivisti e credevo fossero gli stessi. In qualche maniera lo sono, ma sono cresciuti.

Abbiamo pensato ad un aperitivo che non è stato fatto e mai si farà. Anche perché qui il Giammy  non aiuta è peggio di un orso di alta montagna, è già tanto se parla con me.

Poi il club per me è diventato quasi lavoro. Ci ho messo tutte le mie energie. Ho creato la grafica del sito, i blog, un magazine, eventi, giochi, racconti. Era la mia attività primaria e mi ha regalato soddisfazioni. Non a livello umano, perché faccio fatica a ricordare volti e nomi, ma per me è stato importante. Importante perché mi ha sostenuto in momenti difficili e mi ha reso viva. Importante perché ho capito che è quello che sono brava a fare.

Il Club era anche un club ufficiale FIAT ed ho conosciuto persone a Mirafiori che mi hanno sostenuta, applaudita e spinta a fare questo come mestiere. Ovviamente faccio tutt’altro.

A quell’epoca andavo in giro con capelli ancor più disastrati di ora, portavo jeans a zampa e magliette striminzite. Ora ho abbandonato sia la zampa che le magliette. “Alleluya”. Fiat all’epoca aveva un blog: http://blog.fiat.it ad oggi scopro non più attivo. In cui io scrivevo. Ebbene si, ho avuto il mio passato da “blogger” fa strano dirlo adesso dove le persone scalpitano per dire che scrivono li e poi la, ect ect. Avevo un magazine, non più attivo: dotmagazine.it che tenevo aggiornato talmente di frequente da aver avuto la fortuna di collaborare con Abarth, con la squadra corse Zatti, con quattroruote, e l’onere di conoscere Giandomenico Basso (per chi non lo sapesse pilota rally). Insomma il mondo Fiat e punto mi ha portato più che bene considerando la mia scarsa attitudine alle quattro ruote.

Tutto questo flashback mi è tornato alla mente vedendo parcheggiate in zona Castello a Milano le Lamborghini. Un duplice sogno. Lamborghini che amo, la vera supercar, e il fatto di aver fatto un raduno di auto in Milano, cosa che a noi poveri sfigati delle punto non è ovviamente mai riuscita!

Vi ho svelato un altro tassello della mia vita. Tranquilli non salterà fuori che sono la figlia segreta della Mussolini, anche se in tutta onestà non mi dispiacerebbe averla come zia. Tra lasciando il cognome, che se no so già dove si va a finire, io l’adoro.

Vorrei ricordare la casa Lamborghini che quest’anno festeggia i 50 anni come una dream care made in Italy anche se ad oggi aimeh ci siamo fatti “fregare” anche questa.

Lamborghini_milano

Quando decise di impegnarsi nella costruzione di una fabbrica di automobili sportive di lusso, Ferruccio era un uomo molto ricco: già nel primissimo dopoguerra aveva fondato la sua fabbrica di trattori, che aveva lanciato con energia e determinazione creando un vero punto di riferimento nel settore. Poi erano venute altre attività, che lo avevano portato a essere ricco al momento giusto, prima di raggiungere la soglia dei cinquant’anni. All’inizio degli anni Sessanta, Lamborghini era quindi un uomo di successo, forte e dalle idee chiare; ma quando disse che avrebbe fabbricato un’automobile supersportiva con cui fare concorrenza alla Ferrari, molti pensarono che fosse impazzito. Costruire un’auto del genere era vista come una inspiegabile stravaganza, un pericoloso tuffo nel buio, qualcosa che avrebbe mangiato denaro senza restituire alcun profitto.

Si mise a lavorare al progetto alla fine del 1962 e già nel maggio del 1963 costituiva la società ‘Automobili Ferruccio Lamborghini’, acquistando un grande terreno a Sant’Agata Bolognese, a circa 25 chilometri dal capoluogo emiliano, per costruire ex novo una grande, modernissima fabbrica. L’esperienza che aveva fatto con le sue precedenti aziende lo mise nella condizione di realizzare l’impianto migliore per il suo scopo: una struttura molto razionale, senza pari all’epoca in questo settore. Il grande capannone centrale, luminosissimo, era strettamente attaccato alla palazzina degli uffici, in maniera che i dirigenti avessero costantemente sotto controllo la situazione della produzione. Questo era particolarmente gradito proprio a Lamborghini, che non si poneva troppi scrupoli a lavorare personalmente sulle automobili quando gli sembrava che qualcosa non fosse fatto come avrebbe voluto.

Il primo modello nacque con tutta la fretta del caso, dal momento che in realtà solo pochi mesi separavano la decisione di costruire la fabbrica e la data fissata per la sua presentazione ufficiale. L’appuntamento scelto era quello, tradizionale all’epoca, del Salone dell’automobile di Torino, in programma all’inizio del novembre 1963. Avendo le idee molto chiare, Lamborghini poté evitare di perdere tempo nel cercare gli uomini giusti: il motore, che doveva essere il più bel 12 cilindri a V prodotto in zona, e quindi nel mondo, lo affidò subito a Giotto Bizzarrini, che aveva firmato alcuni degli ultimi motori della Ferrari, mentre per il resto della vettura e per l’avviamento della produzione assunse due giovani ingegneri molto promettenti, Giampaolo Dallara e Giampaolo Stanzani. Un impegno notevole e il tempo era poco, ma ciò nonostante la 350 GTV, quando venne presentata, era già un capolavoro”

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