Il passerotto che a 7 anni non sapeva leggere e scrivere.

Il mio primo computer era un Compaq Presario model 5528. Se cercate su google ci sono solo due foto, questo per dirvi quanto alternativo fosse.

Ho cominciato ad usarlo per gioco, poi per qualche compito a casa. Il maggior utilizzo l’ho fatto durante l’università. Il mio periodo buio. Il periodo in cui ogni gesto era fatto solo per mortificarmi e farmi male. Il periodo in cui è arrivata l’adsl a casa, in cui dovevo superare 33 esami in università. Il periodo in cui scrivevo mediamente 3,4 post al giorno.

In quel periodo battevo freneticamente i tasti su quella tastierona piena di polvere. Da li sono nate due mie espressioni “vomitare emozioni” e “battere la testiera per non far scorre sangue”. Non sono frasi a casa, nascondo tutto quello che sono stata.

Prima del Compaq avevo la Smemoranda e prima ancora tre quaderni piccoli a quadretti pinzati insieme. In quei quaderni è nato il mio primo diario. Rilegato ed intitolato “Storie di vita”. Al quarto anno di superiori decisi che volevo regalarlo ai professori perché in fondo si parlava di loro. Alla fine lo feci leggere solo alla professoressa di Italiano, la quale, pur ammettendo che il mio italiano non era proprio lineare, intravedeva idee. Soprattutto mi chiese “quando ti lasci andare scrivi di emozioni. Non smettere”. Non ho smesso.

Quando scrivo, ho gli occhi chiusi. Le mani ben salde sulla tastiera (ecco spiegato gli innumerevoli errori di battitura e l’assenza di virgole). Parla un certo esserino dentro di me. Quell’esserino si chiama Tabata. Ha lunghi capelli viola, ama vestirsi di azzurro. È piccola tabata, ma sa fare grandi cose.

Sempre in quarta superiore ho detto basta alle uscite quotidiane con persone di cui non me ne fregava niente, ed ho deciso in quell’estate calda che sarei stata “la pecora nera” che se tutti avessero voltato in una via io sarei andata esattamente dall’altro lato. Passai lunghi pomeriggi seduta sul davanzale e guarda i box di casa, a fantasticare. Poi prendevo la penna e scrivevo. Ho riempito un altro quaderno. L’ho riportato sul mio Compaq e ci ho fatto anche una copertina e con le word art ho scritto il titolo “L’Altra Beatrice”.

L’ha letto una quasi avvocatessa in viaggio per Tokyo. Mi ha detto “è una storia. Un punto di partenza, con l’aiuto giusto sarebbe un bel libro”. Mi ha incoraggiata e così mi sono messa a tavolino e ho scritto “La Figlia della Luna”. L’idea era buona, volevo anche svilupparlo bene, dedicando ampi spazzi alle descrizioni dei luoghi da me inventati. E li però ho capito che un libro è un battito di ali. Le ali di Tabata. E in quel battito casca della polvere magica che devo immediatamente mettere in una piccola boccetta e solo successivamente sviluppare tutto il resto.

Poi c’è stato il 2004, in pieno periodo universitario, in piena crisi tra quella che mi ero prefissata di essere, quella che volevano i miei genitori, quella che vendevo alle folle, quella che non sapevo di essere. Tutte queste “quelle” mi hanno portato a bere molto, a mangiare farmaci al posto delle caramelle e a conoscere i blogger, in particolare Marco e Diletta. Una sera tutte quelle versioni di me, tranne Sara Francesca, sono giunte in cima a dirupo. Si sono sedute a penzoloni sulla cascata di un fiume. E hanno atteso. Minuti tanti minuti. In sottofondo una festa, da me organizzata, gente contenta a cui non fregava un bel niente di Sara. Non volevo cadere nell’acqua. Però volevo non esserci. Volevo scomparire.

Grazie al cielo i mei genitori per la laurea mi hanno regalato un bell’orologio che nasconde i segni di quel periodo. Non li vede nessuno. Ma quei puntini, quelle cicatrici sono li. Come è li “Ania – per non dimenticare che siamo ciò che viviamo” scritto in una settimana, grazie all’aiuto di Simona che mi ha detto “non mollare”.

Infine c’è “Come un bimbo” che ho cominciato su carta e che nel mio caos mentale ho perso. Che ho cercato di trascrivere sul mio Compaq il quale mi ha abbandonato. Che recuperato su floppy disk che taluni si sono bruciati.

In Come un Bimbo c’è Sara e Francesca. Ed in trance ho scritto di loro, in continuo conflitto . Mi dico sempre “quando sarò a casa lo riprenderò e lo correggerò, migliorerò e lo stamperò”. Prima dovrei aver il coraggio di leggermi.

L’11 maggio del 2012 ho scritto: “Mamma posso raccontarti una storia?”. Solo ora mi accorgo che è li che ho compreso che mamma c’è sempre stata. Che mia madre è forte, unica. L’ho comprato nuovamente quando il signore gli ha fermato il cuore. Ma lei la Duchessa ha detto “no. Io ho il mio passerotto”. Già perché il passerotto di cose alla sua mamma non gliele ha mica dette. Ed il passerotto gliele vuole dire, perché domani è già arrivato.

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